L’importanza del senso critico per ritrovar-ci

Ormai da più di un anno stiamo vivendo una situazione strana, diversa, difficile, che non avremmo mai voluto vivere né tantomeno mai immaginato come realmente possibile. Le nostre vite sono regolate da un virus, così ci sentiamo incatenati e limitati riguardo la possibilità di fare scelte; non possiamo più muoverci come prima, andare al mare come prima, vedere amici come prima, andare a teatro, al cinema o ad un concerto come prima. I modi di fare le cose sono cambiati e cambieranno. Sono cambiati, di conseguenza, gli stili di vita, le disposizioni delle persone e con essi tutto ciò che ne riguarda: idee, stati emozionali, opinioni e perfino convinzioni e pregiudizi.

La paura si è confusa in angoscia (il nemico è invisibile) e ci ha mostrato le nostre fragilità, debolezze e impotenze, cosicché dopo tentativi di non considerarla o rifiutarla, l’abbiamo trasformata in ostilità. Ostilità non solo verso il “nemico” ma anche contro ogni cosa o situazione, considerata perturbante per la nostra personalità stremata e fuori controllo a causa di una confusione interna ed esterna. Inevitabilmente l’ostilità si è indirizzata verso le persone: il virus, e tutto ciò che ha comportato, ha provocato in noi un intorpidimento dell’empatia ed un irrigidimento di passioni interpersonali; il nostro cuore si è indurito.

Eppure, nonostante questa apparente aridità emozionale, percepiamo un senso di vuoto, di perdita e di mancanza, non siamo in grado da soli di curare le nostre ferite, ci accorgiamo che non bastiamo in nessun modo a noi stessi. Siamo ostili verso gli altri, tuttavia incapaci di conoscere la nostra solitudine, non riusciamo a confrontarci con il nostro io più profondo; così concludiamo che ciascuno di noi non può vivere senza l’altro. L’altro ti forma l’identità che prima di tutto è un fattore sociale.

Aristotele nella “Politica” scrive “l’uomo è per natura un animale sociale”. Con questa frase il filosofo sintetizza la sostanziale proprietà dell’essere umano: la necessità del dialogo e del confronto con l’altro; solo così nasce l’idea, il pensiero e viene allontanato il pregiudizio. Sentiamo che l’altro è fondamentale non solo per discutere o scambiarsi opinioni; ci manca quel “sentire fisico” dell’altro, non riconosciamo più l’altro dal proprio odore dovendo trattenere abbracci e baci.

Citando Aristotele mi sento più sicuro perché entro nel mio “spazio essenziale”; la filosofia è il mio campo, il mio interesse ma soprattutto la mia passione, è stata ed è per me di vitale importanza ancora di più in questi tempi. La considerazione generale, quanto superficiale, che oggi la filosofia possiede, la ritroviamo in certe etichette e convinzioni, date da conoscenze distorte o perfino a causa di ignoranze ritenute sensate. Essa è reputata lontana dal “pensiero dominante” rispetto ad altre materie, perché non riconosciuta come conforme all’unico interesse rimasto: “l’utile materialistico”.

È vero, la filosofia non serve a niente, nella concezione che la società attuale possiede del “servire a qualcosa”. Si sceglie e si agisce in funzione esclusiva di quel “servire a qualcosa” che si traduce nel mero “utile materialistico”. 

La filosofia invece coltiva il proprio fine “in sé”; in questi tempi mi ha aiutato a vivere ma soprattutto mi ha educato a pensare in senso critico. Pensare in senso in critico non significa semplicisticamente saper distinguere fra loro i vari aspetti della vita, comporta invece saper riflettere e discernere ogni informazione o concetto in tutte le sue sfaccettature, senza definizioni e giudizi affrettati, sapendo mettere alla prova ed in discussione le proprie posizioni e quelle altrui.

Ci sono stati giorni (e tutt’ora) in cui non trovavo la forza di fare le cose della vita, ritrovarmi a lezione e con amici (seppure in modalità telematica) a discutere di “cose di filosofia” mi ha permesso di metabolizzare ansie e frustrazioni.

L’esercizio del pensiero produce una sensazione e situazione di consapevolezza di sé stessi e degli altri, perché permette di fermarsi sulle cose ed interrogarsi su di esse. Questi sono periodi in cui scarseggia la forza della riflessione e il coraggio delle idee, su di sé e rispetto agli altri, ma la filosofia nel suo “non servire a niente” ci guida nella arte più imprevedibile: vivere.

Verrò a chiedervi del vostro amore

Nel costante monologo della nostra mente solo un sentimento è sempre protagonista. Spesso, però, non è ciò che pensiamo che sia.

Scrivo questo articolo per indagare l’amore, per seguirne le tracce e il percorso. Per parlarvi di ciò che io reputo Amore e di ciò che, invece, è soltanto una triste bugia.

Per me, esso non è quello che vediamo nel 90% delle coppie, anche felici, che ci circondano. E vi spiego perché:

Quell’amore, inteso come due persone che per una magica emozione diventano l’uno il centro di gravità dell’altro, e che sempre per questa emozione vanno incontro a matrimoni, figli e monogamia obbligata, è una comodità sociale e culturale. Una consuetudine, se vogliamo. Un velo borghese che copre il desiderio sessuale, l’attrazione fisica e la paura di morire soli.

No, non è cinismo, è onestà. Infatti quello che io critico non è l’esistenza dell’ amore. La mia è una questione di distinzione.

Secondo me, la seguente è la forma più comune di Amore: una semplice affinità emotivo-fisico-intellettuale con un’altra persona, elevata alla massima potenza, fatta reagire, esplodere, fino a farci confondere, perdere lucidità e priorità.

Quello che fa elevare esponenzialmente ciò che, razionalmente parlando, sarebbe una semplice conoscenza prematura, è l’attrazione fisica, il brivido erotico, l’ebrezza di rientrare in uno standard sociale, la calma che deriva dal non essere più considerati soli, l’esplodere di emozioni che il rapporto di coppia genera. Infatti, proprio per la sua intrinseca fragilità e precarietà, questo tipo di rapporto genera svariate e potenti sensazioni: gelosia (che altro non è che la mancanza di fiducia), nostalgia (la paura che qualcuno possa dimenticarsi di noi) etc…etc… Secondo me, però, tutti questi fattori sono soltanto dei catalizzatori. In chimica, essi sono sostanze che, inserite in un sistema che sta reagendo, ne velocizzano la reazione. Quella che sarebbe la conoscenza di qualcuno, l’inizio di un percorso condiviso, di un’amicizia, viene elevato, massimizzato da reagenti fisio-sociali. Per questo lo trovo, nella maggior parte dei casi, fasullo. Lo considero il raccomandato fra i sentimenti, quello che scala le classifiche perché conosce qualcuno di importante. Trovo banale e noiosa la narrazione per cui uno prima o poi debba crescere, trovare una unica et sola persona con cui spendere il resto della propria vita. Perché così fan tutti. Trovo terribile l’aggrapparsi ad un’ emozione facendo finta che sia un sentimento pur di non esser considerati soli.

Io credo fermamente all’esistenza dell’Amore, ma solo come evoluzione dell’ Amicizia. Penso che l’Amore vero sia una diversa forma sotto cui si presenta quest’ultima. Come se l’amicizia fosse una BMW e l’amore fosse lo stesso modello solo con qualche accessorio in più (siano questi il sesso, l’attrazione fisica etc..). Penso che nel nostro laboratorio di chimica (il nostro cervello) i catalizzatori sopra indicati abbiano fatto in modo di farci provare più del normale. In questo caso possiamo essere innamorati, ma sicuramente non amiamo. L’unico amore che mi sono riuscito a spiegare è privo di motivazioni sociali, animali, riproduttive e psicologiche. È forse l’idea platonica di amore, che però io ritrovo, pragmaticamente, nell’ amicizia. Quel sentimento assoluto da disposizioni sociali e da obblighi di mantenimento della specie inseriti nel nostro DNA. L’unico amore è quello senza una causa, ma con almeno mille ragioni.

Di Amicizia si può parlare dopo anni, dopo scontri, lontananze, esperienze, risate, mani strette le une nelle altre. Dopo discussioni, contrasti di opinioni, comprensioni e accettazioni. Dopo tutto questo capisco il vivere insieme, il fare una famiglia. Non vado a vivere con qualcuno perché semplicemente lo amo e voglio essere considerato adulto. No, io decido di dividere la mia esistenza con te perché so che possiamo aiutarci, renderci l’un l’altro felici. Perché so che vogliamo vivere una vita simile, perché mi fido di te, perché abbiamo obiettivi comuni ed è più facile raggiungerli insieme. Mi “chiudo” in una vita a due solo perché è raro trovare più persone che vogliano condurre il nostro stesso stile di vita e che siano disposte a far compromessi pur di continuare a stare con noi. Non perché la scelta è “o in due o solo, vecchio e abbandonato”.

Catullo diceva che c’è differenza fra amare e bene velle. State molto attenti al cuore, è un bambino viziato che ci costringe a comprargli un gioco solo per poi non giocarci più. State molto attenti al Vostro Amore. Sappiate riconoscere di essere innamorati, ma di essere, al contempo, anni luce dall’amare.


Ma non confondere
L’amore e l’innamoramento
Che oramai non è più tempo.

A Caterina

L’importanza dell’entusiasmo

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Tante persone fanno tante cose. Ma quante di queste vengono fatte con entusiasmo? Etimologicamente parlando, questa parola significa essere ispirato o appassionato. Quindi potremmo dire che mettere entusiasmo in ciò che facciamo voglia dire metterci passione. Facciamo subito qualche esempio pratico. Ti sarà capitato di dover studiare una materia o un argomento che proprio non ti piaceva. Qual è stato il risultato la maggior parte delle volte? Quell’argomento, o non lo hai mai studiato, o lo hai dimenticato subito dopo il compito o la tua interrogazione. Che mi dici invece di quegli argomenti che sentivi vicini, quelli che davvero ti calzavano a pennello e studiavi incuriosito? Sarà capitato qualche volta. Beh, qui tutta un’altra storia. Passano anni e magari ti rimane sempre qualcosa. Hai imparato quelle cose senza problemi e nel modo giusto. Stesso concetto può essere applicato nel lavoro. I compiti che ti appassionano li svolgi per tempo e nel modo più corretto possibile, quelli che ti stanno sulle scatole invece… Può essere il caso anche della lettura di un libro. Ti capita di leggere qualcosa che proprio ti annoia e ci metterai un secolo a finirlo; un libro che trovi interessante e intrigante non ti accorgerai nemmeno del tempo che passa, che avrai già finito le pagine da scorrere.

Ma da cosa dipende questa netta differenza? Dall’entusiasmo. Nella maggior parte delle situazioni dipende tutto dal nostro interesse. Quella cosa ci piace, la facciamo bene, quella cosa non ci piace, la facciamo male. Nonostante questo non sempre è così. Se è un’arma così potente, perché dobbiamo limitarci a sottostare ai nostri gusti difficili? Essendo a tutti gli effetti un’arma a nostro vantaggio, non potremmo utilizzarla a comando? La risposta secondo me è: dipende. Penso sia piuttosto evidente che nei nostri interessi “per natura” ci sia una possibilità di applicazione molto più semplice e immediata. Nei casi restanti, ci vuole tanto impegno e forza di volontà. E forse in alcuni casi non ne saremmo proprio in grado.

Come si fa però a mettere entusiasmo in qualcosa che non ci piace o che non ci interessa? Può darsi che alcune volte veramente non sia possibile, perché pur provandoci, non c’è nemmeno una virgola che possa appassionarci. In altre occasioni invece forse basta volerlo, e basta cercare. Spesso diamo per vero un pregiudizio che ci siamo fatti su una determinata cosa. Pensate solo al fatto che può accadere di odiare una materia scolastica solo perché ci sta antipatico il professore che la insegna. Tutti gli argomenti che verranno spiegati, anche quelli che forse ci sarebbero interessati, diamo per scontato che siano terribili, e diventa complicato metterci passione. Eliminando questo tipo di preconcetti potremmo fare le cose diversamente. Detto questo, altre volte è possibile cambiare la visione che abbiamo di qualcosa.

I motivi per farlo possono essere principalmente due. Il primo è un grande obiettivo posto alla fine del percorso che ci siamo prefissati, che, ahimè, deve passare per alcune tappe scomode. In questo caso i gusti personali rimangono, ma passano in secondo piano…è molto più importante il risultato finale. Il secondo invece è un po’ più complesso e può richiedere più tempo, ma è altrettanto efficace. Dobbiamo trovare anche una piccola cosa che possa piacerci. Nella maggior parte dei casi, ci sarà sempre questa piccolissima ancora di salvezza, e dovremo aggrapparci ad essa per tirar fuori tutto il nostro entusiasmo. Se proprio non la troviamo (e ciò non significa abbandonare la nave dopo 5 minuti) allora è il caso di arrendersi al fatto che questo compito non lo svolgeremo nel migliore dei modi, faremo meglio la prossima volta.

Tu quanto entusiasmo stai mettendo in quello che fai? Come avrai capito, fa la sua differenza. Ti cambia la prospettiva, ma ha anche degli effetti a livello pratico che potrebbero davvero sbalordirti. Un famoso libro sulla vendita (Come si diventa un Venditore Meraviglioso di Frank Bettger), inizia proprio da questo punto fondamentale. L’autore, che parla della sua storia, ci dice come si sia accorto della forza dell’entusiasmo non solo nella vendita, ma in tutte le cose che ci capitano nella vita. Ciò che facciamo con entusiasmo ci riesce meglio. Dobbiamo impegnarci per metterlo in tutto ciò che possiamo, o almeno in ciò che ci sta a cuore realizzare.

Le controindicazioni di non conoscersi e la doppia faccia del rassicurante sogno borghese

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Quante volte avete sentito dire dagli adulti che quelli della gioventù sono gli anni più belli della vostra vita, che passeranno velocemente e che dopo sarà tutto più difficile, tutto meno bello?

Non so voi, ma io più che provare paura per queste affermazioni ho spesso provato tanta rabbia. Mi è sempre sembrato un inutile sparare a zero. Vane sentenze universali su tutta la conformazione dell’esistenza da parte di persone neanche lontanamente qualificate per parlare in maniera filosofica della vita. Ho allora cercato di darmi una spiegazione, ho sempre rifiutato il fatto che la vita avesse senso solo fino ai trent’anni, ho negato che davvero fossero le responsabilità e i doveri a consumare la vita dell’uomo. Mi sono chiesto cosa rendesse le persone tanto amareggiate (sentimento molto diverso dal dolore, evento naturale e sano come conseguenza di gravi eventi negativi).

La risposta che ho trovato è stata duplice. Da una parte, esiste un meccanismo quasi fisiologico della nostra mente: l’idealizzare il passato, o meglio, considerarne con nostalgia soprattutto le parti felici. Già da questo punto si capisce come siano ingenue le condanne alla vita, basate appunto su una favola della buona notte, un bias cognitivo della nostra memoria, che, lontana dalle sventure di un tempo, adesso riesce a riderne e, commossa dalle gioie passate, le guarda con nostalgia. Se chiederete all’amareggiato del bar di quartiere come sta oggi stesso, vi risponderà stavo meglio vent’anni fa. Stessa convinzione che avrebbe voi glielo richiedeste fra due decenni. Davvero deboli gli argomenti dell’amarezza, indispettita da un incedere del tempo in cui la persona è stata obbligata e verso il quale cerca di combattere ingannando solo se stessa.

A volte però si stava davvero meglio quando si stava meglio. Cos’ha la gioventù che l’età adulta non ha? O almeno, perso quello che l’essere nel fiore degli anni ci offre, davvero la nuova fase della vita non ci propone più altro? Vorrei credere che non sia così. Temo che l’età più felice per molti sia quella dove le scelte, inizialmente, venivano prese da altri (nell’infanzia) e in seguito non avevano ancora gravi conseguenze o peso di responsabilità (durante l’adolescenza). La chiave dell’infelicità dei più è, secondo me, il dilemma della scelta e i suoi effetti. Penso che la storia di molti si incrini, che i migliori anni della loro vita finiscano, nel momento in cui la loro esistenza è passata nelle loro mani e questi non hanno saputo cosa farci.

Cos’è che divora la felicità di quel popolo amareggiato che rappresenta la fascia fra i 30 e i 60 anni? Il lavoro, il matrimonio, la famiglia. Non vi pare strano che le tre grandi teste del Cerbero della vita umana siano tutte scelte che la stessa umanità fa? Forse il problema non sta nella vita in sé per sé, ma in quello che ne facciamo. Quello che spesso vedo sono eserciti di persone incoscienti di sé, che non hanno idea di cosa vogliano e di cosa li rappresenti. Li vedo prendere scelte discutibili, seguire il treno del costrutto sociale, buttarsi bendati negli ordini dei genitori o arrendersi alle proprie insicurezze e fragilità, pur di non affrontarle. Mi chiedo, è allora davvero colpa della vita?

Non è forse colpa della nostra negligenza? Del nostro non volerci fermare mai? Del correre verso la stabilità ad ogni costo? Del bisogno di sistemarci, di mettere anelli alle dita solo perché è questo che fanno gli adulti? Non abbiamo forse deciso che la vita è triste ancora prima di poterne provare tale tristezza? Perché chiedersi chi siamo, cosa vogliamo, quando abbiamo già deciso che faremo le stesse cose che fanno tutti gli altri solo perché l’idea di un’alternativa ci terrorizza, noi incapaci di seguire un percorso non battuto?

O ancora, non è forse anche colpa di una società che scredita i sentimenti, l’autoanalisi, la psicologia, l’umanistico, il filosofico? Una società che impone gli stessi costrutti, gli stessi schemi, gli stessi matrimoni, gli stessi figli e gli stessi lavori stabili? Che brinda ai compromessi con se stessi, che spinge una sposa insicura a sposarsi invece che a scappare, che dice di non divorziare, di rimanere intrappolati in un cancerogeno sogno borghese per tenere insieme la famiglia? In un mondo dove il Presidente del Consiglio ordina agli psicologi di vaccinarsi e poi li condanna, dove riflettere, pensare, indagare su di sé e prendersi una pausa sono azioni viste come inutili perdite di tempo nella corsa basso borghese a rispettare tutti i rituali sociali, schiavi del guadagno e dell’affermazione sociale, quanto possiamo stupirci se la vita ci diventa antipatica, quando noi l’abbiamo sposata senza conoscerla?

Siamo tutti diversi, eppure sopprimiamo parti di noi, strappiamo a brandelli la nostra unicità solo per integrarci, per incastrarci in topiche esistenziali comuni e per questo rassicuranti. Tutto per poi ritrovarci soli, una domenica pomeriggio, in un appartamento in affitto, dopo un divorzio logorante, a chiedersi chi siano quei figli per cui abbiamo tanto lottato. C’è poi tanto da stupirsi se, sempre quella domenica pomeriggio, fissiamo sognanti su Rai Uno le vite realizzate di attori, cantanti e scrittori che hanno tutte in comune la rincorsa di un desiderio autentico, ragionato, in contrasto con un mondo di ingegneri e commercialisti obbligati? È così lontano il sogno? O semplicemente è estremamente vicino, talmente vicino da essere dentro di noi, luogo dove le rivoluzioni industriali ci hanno impedito di andare? Forse non è colpa della vita cattiva, ma di noi ignoranti.

L’epoca dei successi

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Ci troviamo di fronte a un’epoca piuttosto complicata da gestire. Da qualsiasi parte ci giriamo vediamo persone che hanno più soldi, che hanno più follower, più mi piace, più seguito, più influenza ecc… Dopotutto non è una cosa così nuova. Da sempre vediamo intorno a noi qualcuno che in una cosa o nell’altra ha di più. Oggi però c’è un aggravante abbastanza potente, un qualcosa che può portare veramente all’ennesima potenza questa visione distorta della realtà. Dico questo perché effettivamente nessuno ha il massimo di tutto, quindi ci sarà sempre qualcuno che ha più di te. C’è però una frase che mi riporta sempre un po’ con i piedi per terra: non è tutto oro ciò che luccica.

Non è difficile capire quale sia questa cosa. Ovviamente è internet, in particolare i social. Milioni di utenti ogni giorno trascorrono ore su Instagram, Facebook e Tik tok. Queste piattaforme sono stracolme di persone che raccontano cosa fanno, come lo fanno e quando lo fanno. Ormai alcune di queste sono riuscite a trasformare questi canali mediatici in un vero e proprio lavoro (l’influencer è un esempio). Altrettante figure lavorative sono nate per gestire queste nuove forme di condivisione (come il Social Media Manager).

Nonostante tutto questo, il fatto che si possa veramente condividere di tutto ha fatto si che ormai tutti si espongano al massimo agli occhi degli altri. Le persone che prima si compravano una macchina per far vedere ciò che avevano e potevano fare, oggi si fanno una foto con quella noleggiata o che hanno trovato per strada e risparmiano tempo (e soldi!). Perché infondo quante gente seguiamo sui social che pubblica cose di questo tipo. Trascorriamo il nostro tempo a vedere le vite meravigliose di “ricchi” che fanno ciò che noi non possiamo fare, pubblicano video e foto di cose che non possiamo avere e di luoghi che non possiamo visitare.

Riprendiamo la frase che ho citato poco fa. “Non è tutto oro quel che luccica”. Perché dico che questa è l’epoca dei successi…non mi riferisco all’evoluzioni tecnologiche e ai successi nella ricerca. Questo bombardamento continuo nei confronti del nostro cervello ha delle conseguenze. Magari alcuni di quelli che vediamo sono realmente così realizzati e felici come dicono, ma non dobbiamo credere a tutto e tutti. Di per sé non sarebbe un problema, alla fine è un problema loro. Alcuni però finiscono per restare così tanto collegati a queste realtà da avere delle ripercussioni anche nella vita reale. Queste cose, ripetute ogni giorno possono condizionarci mentalmente in tre modi, che dipendono poi dal carattere di ognuno. Il primo è indifferenza. Recepiamo delle informazioni in modo totalmente passivo, giusto per passare il tempo. La seconda è una reazione attiva, che però influisce positivamente. Avere la possibilità di conoscere così tante realtà che altrimenti non avremo mai visto o considerato può ampliare i nostri orizzonti, spronandoci a fare qualcosa di diverso, aprire la nostra mente a cose nuove. La terza è senz’altro la peggiore tra le tre perché risulta la più distruttiva. Anche quest’ultima è una reazione attiva, ma ovviamente negativa. Guardare queste persone così di successo ci rende ancora più consapevoli di quanto loro abbiano rispetto a noi, possano fare rispetto a noi ecc…è inevitabile che un atteggiamento del genere si trasformi in invidia o gelosia e poi in uno stato mentale scoraggiato e infelice.

E questo è il problema principale dell’epoca dei successi. Siamo troppo concentrati su cosa gli altri siano riusciti a fare che perdiamo di vista ciò che vogliamo fare noi. Sempre più persone pubblicheranno ciò che fanno e per certi versi è anche un’evoluzione progressiva non necessariamente sbagliata. Si potrebbero scrivere interi articoli su questo tema e ognuno avrebbe un’opinione differente, ma non è questo il punto. Molte volte dovremmo prendere con le pinze ciò che vediamo e leggiamo sui social, utilizzarli per conoscere e passare il tempo, chiuderli, e pensare alla nostra di vita.

Il problema di generalizzare

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Quanto spesso finiamo per generalizzare? Partiamo da un problema piccolo e finiamo per spalmarlo su tutto. Questa è una cosa che la maggior parte delle volte facciamo involontariamente. Quando qualcosa va male per esempio, tendiamo a pensare che tutto vada male, perdendo di vista invece ciò che va bene e ci ha reso felici fino a quel momento. Nel breve termine non è un problema, è una cosa piuttosto normale, direi che è umano. Nel lungo periodo però questo approccio così generalista diventa distruttivo. Ogni volta che qualcosa andrà male, non ci sarà niente di positivo a cui aggrapparsi e sprofonderemo nella depressione.

Generalizzare spesso è la migliore via di fuga, ma anche un riflesso spontaneo. Ti faccio un esempio in cui capirai quanto non ha senso generalizzare e “fare di tutta l’erba un fascio”. Mettiamo che tu abbia 1000 euro nel tuo portafoglio. Un giorno per qualche motivo perdi 10 euro, per la rabbia getti via tutto ciò che ti è rimasto? Può sembrare banale, ma non è quello che spesso facciamo? Perché se la logica ti dice che, nel caso che ti ho descritto, non finiresti per generalizzare, invece in altri casi lo fai? Molte volte quando ci succede qualcosa di negativo, come una discussione, un cliente che dice di no e ci manda via sgarbatamente o qualsiasi cosa che possa crearci rabbia o delusione, finiamo per gettare via tutto il resto della giornata, facendoci prendere dallo sconforto.

Vista da questo punto di vista non sembra anche a te una cosa molto stupida? Ti svegli la mattina, qualcosa va storto e per il resto della giornata risenti di questa cosa, sprecando tempo prezioso. Non è una cosa così semplice, a volte può essere necessario staccare un po’, ma altre stiamo solo generalizzando e ponendo a noi stessi dei limiti. Non ho la presunzione di sapere come controllare la vostra mente in questi casi, anche perché potremmo partire dal presupposto che ognuno di noi è diverso e reagisce in modi differenti, e non arriveremmo mai ad una soluzione unica. Per alcuni potrebbe essere utile il tentativo di guardare dall’esterno ciò che realmente è successo, ed arrivare alla conclusione che, nonostante tutto, questo evento funesto, non vale lo spreco del resto del nostro tempo, ma, per i più, è un’impresa pressoché impossibile. Non è mai facile guardare in modo oggettivo qualcosa che ci riguarda. Potrebbe essere d’aiuto confrontarsi con qualcuno disposto ad ascoltarci che ci faccia ragionare, ma ci chiederemmo se quella persona sta veramente guardando le cose oggettivamente, probabilmente in quel momento non avremmo la lucidità per dargli ragione. Se devo dirti la verità, non c’è una soluzione al problema di generalizzare, anche perché l’unica soluzione reale sarebbe Non Generalizzare…

Nonostante questo c’è un piccolo trucco che io stesso utilizzo quando mi accade qualcosa che mi crea sconforto. All’inizio generalizzo ovviamente, mi faccio prendere dal momento, perdo la voglia di fare le cose e perdo qualche minuto. Poi mi prendo il tempo che mi serve per distrarmi, riflettere e fare cose di poco conto. Dopo essermi dedicato a qualcosa che non mi impegna più di tanto e ho riacquistato la lucidità per poter fare qualcosa di serio, mi rimetto a lavoro. So che questo ti fa perdere lo stesso un po’ di tempo, ma almeno ti risparmi la perdita di un’intera giornata. Credo che sia importante in quel momento staccare un attimo, perché sarebbe impossibile distaccarsi subito dalla cosa successa, e se ti rimettessi subito a lavoro, o faresti tutto male perché sei distratto da altri pensieri o peggio non faresti un bel niente. Questo è ciò che io cerco di fare quando mi accorgo di generalizzare. Conosci altri metodi per riuscire a non farlo?

Arrivederci ragazzi (i falsi negativi di una pandemia esistenziale)

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Ristoratori, partite iva, liberi professionisti, agenzie di viaggio: sono pochi coloro che la pandemia non ha colpito. Eppure c’è un’altra categoria, a volte raccontata, spesso no, che ha sofferto e che tutt’ora soffre. I suoi disagi vengono trattati solo con l’intenzione di apparire attenti e alternativi, anche per cambiare un po’ la banale narrazione economico-sociale che impera nei telegiornali di tutta Italia. Questa categoria siamo noi: i giovani.

I problemi dei giovani in questo periodo sono psicologici, se non psichiatrici. Dunque, non importanti in un mondo dove l’anima non conta niente, dove è il Materiale l’unico Dio a cui preghiamo. Aumentano le depressioni, lo dicono i numeri. Un articolo sull’ Espresso parla di incrementi vertiginosi nelle percentuali di giovani affetti, causa Covid, da disturbi psichici. Diventiamo iracondi, suscettibili, incapaci di affrontare i problemi, seppur piccoli, ingigantiti dalla solitudine di camera nostra. I sintomi che hanno subito il peggioramento più marcato sono stati il senso di solitudine, la perdita di speranza nel futuro, la difficoltà di concentrazione e la continua presenza di pensieri negativi. Malati nell’ anima, questi giovani così sconsiderati. Il secondo grande virus di quest’epoca è la tristezza, che in realtà è sempre stato il primo, solo ignorato da chi della propria anima non sa niente, da chi conosce soltanto la rabbia verso la vita che è andata male, forse proprio perché non ha ascoltato e capito i messaggi del cuore, grande ignoto del ventunesimo secolo.

Discriminati, accusati, gestiti alla bene e meglio, ci siamo visti portar via tutto quello che siamo. Noi, per loro, siamo quelli che hanno ancora tutta la vita davanti, quelli che non rispettano le regole, quelli del che vuoi che sia, recupereranno l’anno prossimo. Una forma questa di bullismo patriarcale, figlio di una società basata esclusivamente sul denaro, sull’ economia e sul lavoro. Una società, francamente, di amareggiati, che ci guarda con odio perché abbiamo quello che loro hanno perso, o peggio, non sfruttato. Sopporteranno se soffrono, scuola da casa è come essere in vacanza, tanto si vedono lo stesso, sono loro gli untori. Ciechi di fronte ad un disagio che ci sta mangiando vivi, i grandi spendono aspre parole nei nostri confronti e ci attaccano come se davvero tutto questo non danneggiasse anche noi. Abbiamo smesso, DPCM dopo DPCM, di essere persone e siamo diventati categoria. Studenti, ovvero coloro che studiano. Questo siamo per loro, questo e basta. Quindi quando siamo davanti ad uno schermo e facciamo lezione, il nostro essere è soddisfatto, rientriamo nella definizione che ci hanno dato, non possiamo più chiedere altro. Eppure non siamo solo questo. Siamo pellegrini nel deserto, disperati per un po’ di conforto. Siamo anime perse nella solitudine, nell’incomunicabilità. Senza confronto, senza supporto, abbandonati alla terrificante guida del periodo più formante della nostra esistenza. Siamo una categoria senza rappresentazione, miseramente ridotti alla definizione di studenti e atrocemente sottomessi al Ministero dell’istruzione, che crede, erroneamente, di occuparsi della nostra totalità esistenziale, quando invece sarebbe appropriato istituire un Ministero della gioventù.

Ce lo siamo meritati, dicono. Quest’estate abbiamo fatto la qualunque. Ma quanto possiamo essere condannati se a 20 anni abbiamo fatto il falò di Ferragosto o se avevamo l’occasione di baciare qualcuno e lo abbiamo fatto? Davanti al vostro continuo ricordarci che questi sono i migliori anni della nostra vita, di fronte alla vostra disillusione, delusione, depressione mai curata, come possiamo sacrificare i momenti che ci avete insegnato essere gli unici degni di essere vissuti? Come sopportare la paura di starci perdendo tutto ciò che la vita ci offrirà mai? Lo dice la psicologia: il sociale è il primo nutrimento del giovane. In un momento in cui costruiamo noi stessi con gli altri, come potete accusarci, denigrarci, invece di capirci quando seguiamo un istinto primordiale e un bisogno impellente? È poi così additabile, non dico certo il completo esimersi dal rispettare le regole, ma il muoversi in quell’area neutra, in quella terra di nessuno fra ciò che è legale e ciò che è morale? Stiamo male, volete davvero privarci di un pranzo all’aria aperta in cinque persone? Di una corsa in compagnia ? È così che il virus si diffonde? Al contrario, così si sconfigge? Con un ipercorrettismo tinto di fobia, con un’inflessibile e apatica attinenza alle regole? Siamo poi così condannabili? Secondo me tanto quanto chi ruba per sfamarsi o chi uccide per difendersi. Denigrati solo perché il cibo per cui rubiamo è una serata con gli amici, un bacio, una vacanza al mare. Però se vi fermaste a pensare che seppur sono bisogni non primari, sono tutto quello che ci rende persone e non ruoli, forse potreste capirci e capire che serve che qualcuno faccia qualcosa per darci, in sicurezza, ciò di cui abbiamo bisogno.

Quindi? Quindi aiuto. Offriamo ai giovani un sostegno psicologico gratuito, pubblico. Cerchiamo di considerare la mente un organo e di curarlo con la stessa attenzione che prestiamo al cuore. Troviamo modi per aprire, con la bella stagione, centri sportivi all’ aperto (dove il contagio è minimo). Facciamo uscire i ragazzi di casa. Non si può aprire la scuola? Apriamo le biblioteche, creiamo aule studio comuni, diamo loro pezzi della città, mettiamo tavoli e sedie nei parchi, invece di comprare banchi a rotelle che non verranno mai usati, visto che le scuole non riapriranno. Facciamoli studiare insieme, per quanto distanziati, tamponati, protetti da mascherina. Create un ministero che ci rappresenti, noi elettori appena maggiorenni e per niente adulti, senza voce politica. Ricordatevi del fatto che siamo esseri umani come voi. Che quando voi andate a lavoro, noi rimaniamo a casa, da soli. Che non è vacanza essere costretti a non vedere i propri amici, rinunciare a tutte quelle esperienze fondanti nella vita di una persona. In tutte le relazioni, entrambi i membri devono dare qualcosa all’altro. Nel deludente matrimonio giovani-stato, siamo stati noi gli amanti maltrattati, a cui non è stata mai porta la mano dell’aiuto e adesso, forse, è il momento che ci venga dato quello che ci spetta.

La conoscenza è giovinezza

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Quanta importanza dai alla conoscenza? Anzi, partiamo da un passo indietro. Cos’è per te la conoscenza, cosa rappresenta? Questo è il momento in cui devi darti la tua risposta. Nel frattempo che ci pensi ti dico cosa ne penso io. La conoscenza rappresenta per me l’unico vero modo per continuare a crescere e ad evolversi. Frase un po’ insignificante in sé per sé. In che modo acquisire nuove conoscenze o competenze può farti progredire come persona? Ti do qualche risposta che mi viene in mente, poi probabilmente ce ne sono veramente molte altre.

La prima può essere più o meno ovvia. Crescere culturalmente ti attribuisce come diretta conseguenza una maggiore apertura mentale. Questo perché conoscere diverse realtà e informazioni ti rende note delle cose che prima, non conoscendole, non avresti mai considerato elaborando la tua opinione su un determinato argomento. L’ignoranza infatti spesso può portare all’elaborazione di opinioni che divergono dalla realtà e che conducono quindi all’errore o semplicemente al convincersi di cose inesistenti. In realtà, è evidente che non potendo essere onniscienti, in parte saremo sempre in errore nelle nostre valutazioni, ma sono sicuro che aumentare considerevolmente le proprie basi culturali possa aiutare.

Consideriamo ora questo argomento da un altro punto di vista. Perché la conoscenza dovrebbe renderti giovane? Pensa al periodo in cui siamo adesso. L’era del digitale. Ovviamente si tratta di opinioni, c’è anche chi rifiuta questo mondo a prescindere, anche se trovo personalmente che non sia giusto. Cosa distingue un giovane, da un “diversamente giovane” al giorno d’oggi? Beh, molto spesso la propria dimestichezza con le nuove tecnologie. Questo perché da sempre chi nasce e cresce in un mondo dove già esistono certi strumenti, darà per scontato il loro utilizzo…non deve per esempio abbandonare vecchi metodi per usarne di nuovi, ma impara da subito quelli più recenti, rendendoli automatici come lo erano quelli prima di lui per la generazione precedente. Però non si tratta di età, si tratta di crescita culturale. Conosco moltissime persone “diversamente giovani” all’anagrafe che sono più giovani delle nuove generazioni. Perché? Si occupano continuamente di conoscere cose nuove, seguire il cambiamento e imparare ciò che non sanno.

Non esiste un modo reale per non far progredire l’età sulla carta. Ma la conoscenza è ciò che realmente ci tiene al passo con i tempi, ciò che ci permette di non invecchiare mai, ciò che ci rende quasi immortali. Imparare, imparare, imparare. L’unica persona che invecchia davvero è quella che perde la voglia di imparare nuove cose o pensa di non averne più bisogno. Qualsiasi lavoro tu possa fare, smettere di migliorarsi a livello culturale significa rimanere per sempre fermi nello stesso punto.

Chiediti il Perché!

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Ogni volta che voglio intraprendere un percorso di qualche tipo e ho bisogno della carica giusta, inizio sempre col chiedermi qual è la motivazione di ciò che sto facendo, il mio perché. Pur sembrando banale, è una delle cose più importanti da cui partire. Analizziamo però i motivi per cui diventa così essenziale sia nel breve che nel lungo periodo. Nel primo caso è ciò che ti deve spingere a iniziare, l’obiettivo più grande che ti poni. Cosa mi spinge a fare quello che sto per fare? Perché lo sto facendo? Si tratta di darsi una strada da seguire. Allo stesso modo nel tempo è sempre questo stesso motivo che ti aiuterà a proseguire nel tuo viaggio. Ogni volta che ti verrà in mente di mollare o di lasciar perdere, dovrai ricordarti cosa ti sei detto nel momento in cui hai iniziato. Questo può essere uno dei tanti punti di forza di porsi questa domanda: la motivazione. Ma non è il solo.

Porsi questo interrogativo a volte può farci render conto anche di cosa non dobbiamo fare. Mettiamo che tu stia scegliendo la tua università, il tuo ramo di studi o magari un certo tipo di percorso lavorativo. Il tuo perché in questo caso sarà un tassello fondamentale. Se non riesci a darti una risposta, sei già arrivato alla tua decisione, quella strada non è per te. Nel caso in cui tu abbia la risposta e tu sia convinto di essa, puoi partire, anche se nel corso degli eventi potresti cambiare la tua opinione. Spesso però può accadere anche che, ragionandoci un attimo, il perché che ci siamo dati non sia poi ciò che ci aspettavamo. Magari non ci avevamo mai riflettuto, ma ora che ci stiamo pensando, non è esattamente ciò che volevamo. Se tu scegliessi una facoltà universitaria solo perché vuoi prendere una laurea, e non per l’aspirazione dei risultati o degli obiettivi che con essa puoi raggiungere, può darsi che a un certo punto inizi a chiederti che cosa stai facendo.

Poniamo un’altra ipotesi. Mettiamo che tu voglia aprire un blog o una pagina su Instagram per condividere qualcosa. La prima domanda importante che devi porti una volta che hai deciso di farlo, è perché voglio aprire uno spazio di condivisione? Cosa voglio dire o raccontare? Bene, questo è la parte facile. La domanda successiva infatti è: perché qualcuno dovrebbe seguirmi? Ora diventa un po’ più difficile rispondere. Allo stesso tempo non puoi assolutamente non porti questo problema, altrimenti rischieresti di restare ignorato dai più, e non penso sia il tuo obiettivo. Puoi darti diverse risposte, in questo specifico caso certamente è molto importante dare un valore aggiunto a chi legge quello che scrivi e chi guarda ciò che pubblichi. Quindi insegnare qualcosa, far riflettere su alcuni argomenti, far scaturire delle discussioni interessanti o cose di questo tipo.

Queste sono solo alcuni degli ambiti in cui è fondamentale chiederti il perché di ciò che stai facendo o di ciò che vuoi fare. Prova a rifletterci un attimo nel momento in cui inizi qualcosa e vedrai che renderla un’abitudine può cambiare non solo la tua percezione, ma anche i tuoi risultati. Ti lascio qua il link di un libro fondamentale in questo ambito, che può senz’altro insegnarti qualcosa. Il libro è: Partire dal Perché di Simon Sinek https://amzn.to/3mgmUTm

La verità sulla Ricchezza

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Ricchezza. Sembra una parola scontata, eppure io penso che molto spesso sia fraintesa. Molte persone la considerano una cosa legata ai soldi, e qui si dividono due fasce di pensiero. La prima, quella che sdegna completamente questo ambito, la seconda che vive per essa fino ad impazzire. Secondo me non è giusto legare questa parola esclusivamente ad una cosa così materiale, come il denaro. In fondo ricchezza può voler dire tante cose. Da persona a persona può cambiare totalmente la percezione di cosa “essere ricco” significhi davvero.

Una parte di persone può associarlo al possedere molti beni materiali. Altre inseriscono tra questi dei beni non materiali: la ricchezza di affetto, di felicità, di salute e di tempo, per fare alcuni esempi. Quest’ultimo in particolare, io personalmente, lo ritengo uno dei più fondamentali. Tra le cose che ho elencato sopra, alcune sono imprevedibili o quasi, come la salute, anche se è evidente che tenersi in forma con allenamento e dieta sana possano aiutare, altre sono influenzate da talmente tanti fattori, come la felicità o gli affetti, che parlarne in un intero articolo sarebbe riduttivo, figuriamoci in qualche riga. L’ultimo invece, il tempo, mi sento di spenderci qualche parola. Il tempo è spesso uno dei più influenti fattori che ci siano. Se riconosci la limitatezza del tempo, puoi provare a fare di più per raggiungere ciò che vuoi. Se hai più tempo puoi dedicarlo a ciò che più ti piace (tra cui hobby, passioni, famiglia ecc…) ed essere nel piccolo un po’ più felice.

Questo è il motivo per cui lo ritengo una delle ricchezze più importanti che abbiamo. Quando si sente dire che i soldi non fanno la felicità, è la verità, o almeno in parte. Se si possiede una grande fortuna, ma si è soli, non si possono comprare amici o affetti, se si è malati, si possono ottenere cure da specialisti, ma non sempre serve. Allo stesso modo se si dispone di molto denaro, ma il motivo per cui se ne dispone è che si trascorre la vita dedicandola esclusivamente al lavoro, io non la considero ricchezza. É naturalmente un’opinione personale, perché infondo, come dicevo prima, non si può pretendere di dare un’unica definizione alla ricchezza, ogni persona vedrà sempre soltanto la propria visione di essa.

Per concludere, i soldi vanno e vengono, certo, spesso meglio averli che non averli, ma non è sempre detto. Sembrano frasi comuni, ma tutti siamo ricchi in qualcosa e poveri in altre. Da sempre esistono persone che hanno soldi ma nessuno con cui condividerli, hanno amicizie e affetti ma niente soldi, molti beni materiali ma non il tempo per goderseli. Nessuno è totalmente ricco o totalmente povero, spesso servirebbe solo guardarsi un po’ attorno ed essere grati per le cose di cui siamo già ricchi. Non c’è ovviamente una verità per la ricchezza in sé, esiste la verità su di essa per ognuno di noi, a seconda di cosa pensiamo rappresenti. Io ho espresso più volte la mia predilezione nei confronti del tempo, per tutti i motivi che sopra ho elencato. Per te, cosa rappresenta?