L’importanza del senso critico per ritrovar-ci

Ormai da più di un anno stiamo vivendo una situazione strana, diversa, difficile, che non avremmo mai voluto vivere né tantomeno mai immaginato come realmente possibile. Le nostre vite sono regolate da un virus, così ci sentiamo incatenati e limitati riguardo la possibilità di fare scelte; non possiamo più muoverci come prima, andare al mare come prima, vedere amici come prima, andare a teatro, al cinema o ad un concerto come prima. I modi di fare le cose sono cambiati e cambieranno. Sono cambiati, di conseguenza, gli stili di vita, le disposizioni delle persone e con essi tutto ciò che ne riguarda: idee, stati emozionali, opinioni e perfino convinzioni e pregiudizi.

La paura si è confusa in angoscia (il nemico è invisibile) e ci ha mostrato le nostre fragilità, debolezze e impotenze, cosicché dopo tentativi di non considerarla o rifiutarla, l’abbiamo trasformata in ostilità. Ostilità non solo verso il “nemico” ma anche contro ogni cosa o situazione, considerata perturbante per la nostra personalità stremata e fuori controllo a causa di una confusione interna ed esterna. Inevitabilmente l’ostilità si è indirizzata verso le persone: il virus, e tutto ciò che ha comportato, ha provocato in noi un intorpidimento dell’empatia ed un irrigidimento di passioni interpersonali; il nostro cuore si è indurito.

Eppure, nonostante questa apparente aridità emozionale, percepiamo un senso di vuoto, di perdita e di mancanza, non siamo in grado da soli di curare le nostre ferite, ci accorgiamo che non bastiamo in nessun modo a noi stessi. Siamo ostili verso gli altri, tuttavia incapaci di conoscere la nostra solitudine, non riusciamo a confrontarci con il nostro io più profondo; così concludiamo che ciascuno di noi non può vivere senza l’altro. L’altro ti forma l’identità che prima di tutto è un fattore sociale.

Aristotele nella “Politica” scrive “l’uomo è per natura un animale sociale”. Con questa frase il filosofo sintetizza la sostanziale proprietà dell’essere umano: la necessità del dialogo e del confronto con l’altro; solo così nasce l’idea, il pensiero e viene allontanato il pregiudizio. Sentiamo che l’altro è fondamentale non solo per discutere o scambiarsi opinioni; ci manca quel “sentire fisico” dell’altro, non riconosciamo più l’altro dal proprio odore dovendo trattenere abbracci e baci.

Citando Aristotele mi sento più sicuro perché entro nel mio “spazio essenziale”; la filosofia è il mio campo, il mio interesse ma soprattutto la mia passione, è stata ed è per me di vitale importanza ancora di più in questi tempi. La considerazione generale, quanto superficiale, che oggi la filosofia possiede, la ritroviamo in certe etichette e convinzioni, date da conoscenze distorte o perfino a causa di ignoranze ritenute sensate. Essa è reputata lontana dal “pensiero dominante” rispetto ad altre materie, perché non riconosciuta come conforme all’unico interesse rimasto: “l’utile materialistico”.

È vero, la filosofia non serve a niente, nella concezione che la società attuale possiede del “servire a qualcosa”. Si sceglie e si agisce in funzione esclusiva di quel “servire a qualcosa” che si traduce nel mero “utile materialistico”. 

La filosofia invece coltiva il proprio fine “in sé”; in questi tempi mi ha aiutato a vivere ma soprattutto mi ha educato a pensare in senso critico. Pensare in senso in critico non significa semplicisticamente saper distinguere fra loro i vari aspetti della vita, comporta invece saper riflettere e discernere ogni informazione o concetto in tutte le sue sfaccettature, senza definizioni e giudizi affrettati, sapendo mettere alla prova ed in discussione le proprie posizioni e quelle altrui.

Ci sono stati giorni (e tutt’ora) in cui non trovavo la forza di fare le cose della vita, ritrovarmi a lezione e con amici (seppure in modalità telematica) a discutere di “cose di filosofia” mi ha permesso di metabolizzare ansie e frustrazioni.

L’esercizio del pensiero produce una sensazione e situazione di consapevolezza di sé stessi e degli altri, perché permette di fermarsi sulle cose ed interrogarsi su di esse. Questi sono periodi in cui scarseggia la forza della riflessione e il coraggio delle idee, su di sé e rispetto agli altri, ma la filosofia nel suo “non servire a niente” ci guida nella arte più imprevedibile: vivere.

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