Le controindicazioni di non conoscersi e la doppia faccia del rassicurante sogno borghese

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Quante volte avete sentito dire dagli adulti che quelli della gioventù sono gli anni più belli della vostra vita, che passeranno velocemente e che dopo sarà tutto più difficile, tutto meno bello?

Non so voi, ma io più che provare paura per queste affermazioni ho spesso provato tanta rabbia. Mi è sempre sembrato un inutile sparare a zero. Vane sentenze universali su tutta la conformazione dell’esistenza da parte di persone neanche lontanamente qualificate per parlare in maniera filosofica della vita. Ho allora cercato di darmi una spiegazione, ho sempre rifiutato il fatto che la vita avesse senso solo fino ai trent’anni, ho negato che davvero fossero le responsabilità e i doveri a consumare la vita dell’uomo. Mi sono chiesto cosa rendesse le persone tanto amareggiate (sentimento molto diverso dal dolore, evento naturale e sano come conseguenza di gravi eventi negativi).

La risposta che ho trovato è stata duplice. Da una parte, esiste un meccanismo quasi fisiologico della nostra mente: l’idealizzare il passato, o meglio, considerarne con nostalgia soprattutto le parti felici. Già da questo punto si capisce come siano ingenue le condanne alla vita, basate appunto su una favola della buona notte, un bias cognitivo della nostra memoria, che, lontana dalle sventure di un tempo, adesso riesce a riderne e, commossa dalle gioie passate, le guarda con nostalgia. Se chiederete all’amareggiato del bar di quartiere come sta oggi stesso, vi risponderà stavo meglio vent’anni fa. Stessa convinzione che avrebbe voi glielo richiedeste fra due decenni. Davvero deboli gli argomenti dell’amarezza, indispettita da un incedere del tempo in cui la persona è stata obbligata e verso il quale cerca di combattere ingannando solo se stessa.

A volte però si stava davvero meglio quando si stava meglio. Cos’ha la gioventù che l’età adulta non ha? O almeno, perso quello che l’essere nel fiore degli anni ci offre, davvero la nuova fase della vita non ci propone più altro? Vorrei credere che non sia così. Temo che l’età più felice per molti sia quella dove le scelte, inizialmente, venivano prese da altri (nell’infanzia) e in seguito non avevano ancora gravi conseguenze o peso di responsabilità (durante l’adolescenza). La chiave dell’infelicità dei più è, secondo me, il dilemma della scelta e i suoi effetti. Penso che la storia di molti si incrini, che i migliori anni della loro vita finiscano, nel momento in cui la loro esistenza è passata nelle loro mani e questi non hanno saputo cosa farci.

Cos’è che divora la felicità di quel popolo amareggiato che rappresenta la fascia fra i 30 e i 60 anni? Il lavoro, il matrimonio, la famiglia. Non vi pare strano che le tre grandi teste del Cerbero della vita umana siano tutte scelte che la stessa umanità fa? Forse il problema non sta nella vita in sé per sé, ma in quello che ne facciamo. Quello che spesso vedo sono eserciti di persone incoscienti di sé, che non hanno idea di cosa vogliano e di cosa li rappresenti. Li vedo prendere scelte discutibili, seguire il treno del costrutto sociale, buttarsi bendati negli ordini dei genitori o arrendersi alle proprie insicurezze e fragilità, pur di non affrontarle. Mi chiedo, è allora davvero colpa della vita?

Non è forse colpa della nostra negligenza? Del nostro non volerci fermare mai? Del correre verso la stabilità ad ogni costo? Del bisogno di sistemarci, di mettere anelli alle dita solo perché è questo che fanno gli adulti? Non abbiamo forse deciso che la vita è triste ancora prima di poterne provare tale tristezza? Perché chiedersi chi siamo, cosa vogliamo, quando abbiamo già deciso che faremo le stesse cose che fanno tutti gli altri solo perché l’idea di un’alternativa ci terrorizza, noi incapaci di seguire un percorso non battuto?

O ancora, non è forse anche colpa di una società che scredita i sentimenti, l’autoanalisi, la psicologia, l’umanistico, il filosofico? Una società che impone gli stessi costrutti, gli stessi schemi, gli stessi matrimoni, gli stessi figli e gli stessi lavori stabili? Che brinda ai compromessi con se stessi, che spinge una sposa insicura a sposarsi invece che a scappare, che dice di non divorziare, di rimanere intrappolati in un cancerogeno sogno borghese per tenere insieme la famiglia? In un mondo dove il Presidente del Consiglio ordina agli psicologi di vaccinarsi e poi li condanna, dove riflettere, pensare, indagare su di sé e prendersi una pausa sono azioni viste come inutili perdite di tempo nella corsa basso borghese a rispettare tutti i rituali sociali, schiavi del guadagno e dell’affermazione sociale, quanto possiamo stupirci se la vita ci diventa antipatica, quando noi l’abbiamo sposata senza conoscerla?

Siamo tutti diversi, eppure sopprimiamo parti di noi, strappiamo a brandelli la nostra unicità solo per integrarci, per incastrarci in topiche esistenziali comuni e per questo rassicuranti. Tutto per poi ritrovarci soli, una domenica pomeriggio, in un appartamento in affitto, dopo un divorzio logorante, a chiedersi chi siano quei figli per cui abbiamo tanto lottato. C’è poi tanto da stupirsi se, sempre quella domenica pomeriggio, fissiamo sognanti su Rai Uno le vite realizzate di attori, cantanti e scrittori che hanno tutte in comune la rincorsa di un desiderio autentico, ragionato, in contrasto con un mondo di ingegneri e commercialisti obbligati? È così lontano il sogno? O semplicemente è estremamente vicino, talmente vicino da essere dentro di noi, luogo dove le rivoluzioni industriali ci hanno impedito di andare? Forse non è colpa della vita cattiva, ma di noi ignoranti.

Pubblicato da Luca Vannucci

Owner of Instagram profile @lucalexandros @luca_vannucci

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