Saper stare da soli, chiave dello stare insieme

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Nella nostra società la solitudine è malvista. Si devono avere tanti amici, tante relazioni diverse, ci si deve interfacciare con un alto numero di persone per essere considerati socialmente accettabili, o anche di più: popolari. La popolarità ha assunto il valore di virtù personale e indispensabile per una persona socialmente “riuscita”. Ancora più importante, nel nostro tempo, è avere una relazione amorosa. Ci sono persone che, piuttosto che stare da sole, si abbandonano ad ogni tipo di compromesso relazionale. Evento che, per quanto deprecabile, è capibile: il mondo è fatto per due, come canta Coez. Da solo sei patetico, in tre c’è un terzo incomodo, in quattro ci si divide due a due, sia che siano presenti due coppie sia che si parli di un gruppo di amici. La letteratura parla al novanta per cento di storie d’amore, la filmografia non ha altro contenuto. Così le canzoni, l’arte, etc… Vedersi soli in questo mondo, così dipendente dall’ideale del farsi completare, può farci sentire manchevoli.

Dobbiamo imparare a stare da soli, invece. L’intimità della solitudine è un bene di inestimabile valore: nella solitudine ci si conosce, impariamo ad ascoltarci e ad avere un dialogo con noi stessi. La capacità di stare da soli è sinonimo di libertà: potranno lasciarmi tutti, ma nessuno mi toglierà a me stesso. Nella vita spesso le relazioni finiscono, d’amore e non. Spesso ci si ritrova a dover fare i conti con noi stessi. Questo non deve essere una condanna o una sofferenza. Io credo che non ci si possa considerare delle persone, degli esseri umani completi se non quando abbiamo effettivamente una vita al di fuori di tutti coloro che ci circondano. Io esisto solo se non sono un mosaico di visioni altrui. Io sono una persona se non scompaio quando nessuno mi guarda. Se non sono gli altri a darmi un’essenza, ma se sono io stesso portatore di una mia esistenza. Cercare di farsi completare, o, nel peggiore dei casi, cercare di farsi dare un significato da qualcun altro, è la prova che stiamo fallendo nella nostra crescita come persone che, per quanti legami potranno produrre, sono definite nella loro assolutezza, prese in una purezza laboratoriale, scisse da ogni altro fattore esterno. Quindi, in solitudine.

Tutto ciò non significa che le relazioni interpersonali siano negative. Anzi. Dagli altri si impara. Degli altri si vive. Ma nessuna relazione sana e duratura può essere costruita se noi in primo luogo non siamo in grado di portare qualcosa al suo interno. Se elemosiniamo esistenza dalle persone con cui stiamo, non solo non potremo offrire loro nulla, ma non riusciremo nemmeno a lasciarle. E allora si spiegano tutte quelle storie di persone che non si amano più e che non si lasciano, tutte quelle relazioni dove si è trattati male, si è sfruttati ma da cui non riusciamo ad uscire. Si capiscono le dipendenze affettive estremamente gravi, che sono solo il frutto di una deficienza intrinseca nello sviluppo personale.

L’ ego, come ho già detto, è tutto ciò che siamo. È quello che diamo agli altri, è quello che ci caratterizza. Essere soli non deve significare sentirsi soli. Essere umani non deve significare essere parte di un gruppo, ma essere presenti a noi stessi, essere vivi autenticamente. Heidegger, filosofo che identificava come vita autentica solo quella che si vive completamente da soli, in quanto unico momento di espressione pura del sé, vedeva come unico attimo di autenticità la morte, l’unico luogo in cui siamo veramente soli. Invece io credo che si possa essere autentici sia nel vivere che nel vivere con gli altri, ma soltanto se siamo qualcuno e non siamo soltanto percezione altrui. Nel momento in cui non abbiamo bisogno di qualcun altro, allora davvero possiamo amare. Io ti amo non perché ho bisogno di te, ma perché tu mi dai la tua essenza e io ti dono la mia. ti amo non perché mi completi, io non sono bisognoso di nulla, ma perché mi mostri te stesso, un’entità diversa da me, che mi affascina.

Le relazioni, di ogni tipo, hanno un’imprescindibile natura di bisogno, è chiaro. L’ altro sa darmi qualcosa che nella mia essenza non c’è, e per questo lo ringrazio, lo stimo e lo ammiro. Ma non lo amo per quello che mi dà. Non lo amo per quello che sono grazie ad esso. Lo amo perché, anche lui, è una persona da me indipendente che io non posso che adorare, nella sua completezza e peculiarità. Solo così usciamo da quel paradosso Aristotelico per cui le relazioni sono solo opportunismo, declinazioni di un do ut des esistenziale. Solo così amiamo, quando, lasciati, continuiamo ad essere qualcuno. Quando chi amiamo può lasciarci, perché questo non ucciderà né noi né loro, ma scelgono di non farlo perché con noi stanno bene, solo in quel momento siamo amati veramente.

È troppo facile amare chi ci tiene in vita. È falso, inautentico. Non amate per convenienza, ma amate senza motivo, senza interesse, senza ragione, sapendo che qualsiasi cosa accadrà, avrete sempre voi stessi.

Pubblicato da Luca Vannucci

Owner of Instagram profile @lucalexandros @luca_vannucci

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