“Ho imparato ad ascoltarmi”, sull’overthinking e la guerra testa e cuore.

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Quante volte abbiamo sentito questa frase? “Ho imparato ad ascoltare i miei bisogni”. Soprattutto, quante volte abbiamo fatto finta di capire cosa significasse, solo per non riuscirci e pensare che chi la pronunciava avesse avuto troppo a che fare con comunità hippie? Sarò onesto: a me è capitato. Non capivo cosa volesse dire, perché fosse una così grande scoperta.

Quello che non coglievo era ciò che davvero significava, l’esperienza che portava con sé. Tutto ciò mi è stato chiaro solo nel momento in cui mi sono ritrovato a dire, senza pensarci, proprio quelle strane parole.

Noi siamo abituati ad ascoltare la parte della nostra mente che, in genere, è la più rumorosa: la Ratio. I ragionamenti che coscientemente facciamo, le parole che ci diciamo, le spiegazioni che ci diamo. Onestamente, è la cosa più facile da fare. Anzi, forse appare come l’unica possibilità. Non sentiamo altri interventi dentro di noi, oppure li sentiamo, ma parlano una lingua che non conosciamo. Questo avviene soprattutto nelle persone ossessionate, come me, dal ragionamento, dall’analisi, dall’esacerbare il senso, i risultati possibili in ogni situazione. Ho spesso creduto che questa fosse la via per fare la scelta migliore, la scelta giusta. Per moltissimo tempo sono stato vittima dell’Overthinking. Il pensare troppo, costantemente, come un rumore di sottofondo. Penso che molti siano oppressi da questo fenomeno. In una società dove le scelte sono infinite, dove Internet ci apre il mondo, dove possiamo fare tutto, ci ritroviamo a non sapere come agire. Allora ci nascondiamo nel ragionamento, ci affidiamo ad esso perché pensiamo che possa salvarci, indicarci la retta via. Perché? Perché davanti a così tante opzioni diventa ancora più difficile ascoltare l’altra parte di noi, l’altro interlocutore di cui spesso non capiamo le parole: le emozioni.

Viviamo in un mondo dove tutto, purtroppo, è scienza. Dove matematica è bene, letteratura è male. Dove ingegneria è una grande facoltà e beni culturali è inutile e senza prospettive future. In un ambiente così, è chiaro che nessuno si preoccupa di insegnarci ad ascoltare la pancia, i bisogni, le emozioni. Esse infatti sono soggettive, non stabili, non incasellabili, intrappolabili in una legge con costanti e gradienti. Allora esse sono superflue, sono effimere, sono una distrazione.

È proprio in questo periodo storico che allora è davvero utile sapersi ascoltare. Sapere che c’è dell’altro oltre alla logica, oltre a ciò che ci pare chiaro, che ci pare la strada più certa verso il futuro. C’è quello che vogliamo. Non quello che vogliamo in assoluto, ma quello che vogliamo nel momento presente, quello che abbiamo voglia di fare, chi abbiamo voglia di essere. C’è un luogo dove la logica non arriva, e questo luogo è la Felicità. Non si accede alla felicità per le strade del ragionamento. La felicità è così difficile da trovare perché non si può progettare come arrivarci. La felicità è sapersi far guidare da ciò che ci stimola, che ci emoziona, che ci fa gola. La felicità non è solo un giorno lontano, perfetto, in cui avrò tutto ciò che voglio. La felicità è oggi, nelle sue mille imperfezioni, nei suoi mille contrattempi. Ma è oggi. È aver fatto ciò che avevamo voglia di fare, è essere stati chi avevamo voglia di essere. È aver mandato a quel paese la scelta giusta. Aver detto: “oggi io faccio questo, oggi il mio cuore ruggisce per questo. Oggi, mi merito questo.”

Come sempre, in medio stat virtus. La disciplina è importante, il sacrificio, il bene maggiore. Scegliere cosa vogliamo in assoluto rispetto a ciò che vogliamo nel presente. Sapersi dire no. Saper stare dentro un piano prestabilito, un progetto. Saper guardare al futuro è necessario: vedere la casa che vorremmo avere, i figli correre in un giardino assolato con la persona che amiamo. Ma la vita, sebbene un giorno sarà lì, e vale la pena combattere per arrivarci, è anche adesso. La nostra visione del futuro cambierà mille volte. Sacrificare noi stessi in toto per qualcosa che cambierà magari fra un anno, non è giusto. Essere chi si è significa anche sapersi concedere libertà, sapersi concedere effimere gioie, momentanei piaceri. Combatti per quel che vuoi con le unghie e con i denti, certo. Ma non lasciare che il futuro si prenda tutto. Prenditi degli spazi in cui essere presente a te stesso. Fai dei progetti. Trova un obiettivo. Lavora per raggiungerlo. Ma di tanto in tanto, guardati attorno. Godi di ciò di cui vuoi godere. Perché è tutto qui. Perché il domani per cui hai tanto lottato ieri, è oggi. Perché potresti arrivare alla fine della vita e aver soltanto salito una scala. Perché davvero, se la vita certa è solo quella di cui facciamo esperienza nel presente, non vale la pena innalzarla in sacrificio solo per un domani che ancora non c’è. L’ambizione non vale la vita.

Nessuno ti restituirài tuoi anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non ti avvertirà del suo rapido correre: scorrerà in silenzio, non si allungherà per editto di Re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. Che avverrà? Tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, tu voglia o no, bisognerà che il tempo lo trovi.

Se vuoi approfondire la tematica del tempo e di come viverlo, ti consiglio il De brevitate vitae di Seneca, da cui è tratta la frase in corsivo. Link : https://amzn.to/3jZ3UYH

Pubblicato da Luca Vannucci

Owner of Instagram profile @lucalexandros @luca_vannucci

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