L’importanza dell’ego: egoismo, egocentrismo ed egoreferenzialità

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I love you Richard, but I love me more. Questa frase, conosciuta da tutti gli amanti del brillante show televisivo degli anni ’90 Sex and the City, ci introduce in maniera romantica nell’argomento che vorrei trattare oggi: in un mondo condiviso con miliardi di persone, come in una vita vissuta con decine di altre, in che posizione devo mettere la mia persona, i miei bisogni e i miei sogni rispetto a quelli di tutti gli altri?

Iniziamo come molte discussioni piuttosto banali di solito terminano: in medio stat virtus. Ovviamente, essendo l’uomo un animale sociale, fatto per la maggior parte dei legami che crea, l’aspetto comunitario è fondamentale. Sapersi adattare, trovare compromessi con l’altra persona, accontentare e arrendersi in una battaglia per uno scopo più alto, sono tutte caratteristiche dell’uomo socialmente adeguato. Ed è giusto che sia così: sarebbe tossico vivere in un ambiente dove tutto va secondo il proprio volere, dove non ci si deve mai scontrare con le opinioni altrui, dove non si ha bisogno degli altri ma solo di se stessi. Ciò impedirebbe la nostra crescita e ci sottrarrebbe importanti lezioni di vita.

Detto questo, a volte si tende a sacrificare se stessi in nome dello status quo, per non essere di troppo disturbo o perché si teme di perdere chi contraddiciamo. Qui inizia la mia tesi: a volte si deve pensare solo a sé. Generalmente parlando, l’egoismo, l’egocentrismo e l’egoreferenzialità vengono descritti come aspetti negativi della personalità. Invece questo non è sempre corretto. In una società di matrice cristiana, dove l’uomo perfetto si è fatto crocifiggere per salvare tutti gli altri, dobbiamo chiederci: quando è troppo? Soprattutto in gioventù si deve essere abbastanza egoisti: sono questi gli anni in cui si decide della nostra vita e del nostro futuro. Questo periodo, come altri anche più avanti, richiedono una grande dose di capisco che tu voglia questo, capisco che le cose per te debbano essere così, ma non è lo stesso per me. Per quanto tu mi ami e per quanto io ami te, devo amare me stesso di più. Dico senza vergogna di amare me di più. Scelgo me stesso, perché voglio il mio bene più di ogni altra cosa. Se hai la pretesa di guidare la mia macchina, ti dovrò chiedere di scendere. Al volante ci sono io e la strada sono io a deciderla.

Quando Nietzsche parlava dell’oltreuomo, non faceva riferimento a qualcosa di poi così astratto. L’oltreuomo è colui che sarebbe pronto a rivivere la sua vita all’infinito. Questo è possibile solo se la vita che ci siamo scelti ci sta bene addosso. Io scelgo me stesso, mi metto al primo posto. Farò degli errori, imparerò da questi ma avrò scelto io. Lo rifarei perché in questo momento è la scelta che il mio cuore mi detta. In questo modo io dico Sì alla mia vita. In questo modo realizzo me stesso. Ciò non implica necessariamente una vita fatta di autocompiacimento o di negazione degli altri, anzi. Potrebbe significare una vita dedicata ad aiutare, ma non perché ci si sente costretti, non perché non potevamo fare altro, ma perché il nostro cuore ruggiva così. Diventa ciò che sei, a costo di perdere qualcuno, a costo di abbandonare. Chi ti ama, ama te, il vero te, il te che tu decidi di essere. E tu non devi essere altri che te.

Pubblicato da Luca Vannucci

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